BRAD MEHLDAU E WAYNE SHORTER INFIAMMANO UMBRIA JAZZ
Il martedì del Festival è iniziato con il concerto del quartetto di Michael White previsto al Pavone a mezzogiorno. Il cinquantenne clarinettista di New Orleans ha portato al Festival una ventata di energia fresca e creativa presentando un programma tutto basato su brani presi dagli inizi del jazz, suonati nel linguaggio tradizionale del periodo, quel linguaggio che in italia viene chiamato Dixieland. Ciò che colpisce di quel periodo, a parte appunto la freschezza delle idee è il bellissimo interplay tra musicisti che permette quegli scambi chiamati non a caso “domanda e risposta” che diventa improvvisazione collettiva, vero e proprio contrappunto improvvisato, divertente e molto godibile.
In questo il gruppo di Michael White, che gode in America di grande popolarità, è maestro e la sua esibizione ha avuto un pieno e meritato successo.
Ma il vero evento che tutto il pubblico del Festival aspettava è arrivato quando alle 21 è salito sul palco del Santa Giuliana il trio di Brad Mehldau. Il pianista, ormia di casa a Perugia dove è venuto molte altre volte, ha mostrato di proseguire quel cammino i cui primi accenni si sono cominciati a vedere quando il batterista del trio Jorge Rossi è stato sostituito da Jeff Ballard. Da allora il torrenziale fluire delle idee e la costruzione di paesaggi sonori sempre cangianti che costituivano la caratteristica del linguaggio di Mehldau si sono in qualche modo incanalati all’ interno di argini più definiti. Ora è possibile ascoltare esposizioni anche di interi standards jazz e non più solo di frammenti usati come mattoni per la costruzione di edifici sonori, mentre la enorme carica poetica ed espressiva che il gruppo esprimeva e tuttora pienamente esprime, si va ad applicare in ambiti più delineati e più chiusi, anche se poi lo sviluppo dei temi esposti mantiene quella libertà ed imprevedibilità a cui ci eravamo abituati.
Quello che abbiamo potuto vedere è quindi un Melhdau più pacato e riflessivo che ha perso in ridondanza ma che ha certamente acquistato in essenzialità, anzi oggi è forse possibile cogliere preziosi aspetti della sua poetica che prima in qualche modo si perdevano nella torrenzialità delle idee esposte.
Al trio di Mehldau è seguito il quartetto di Wayne Shorter a coronare una serata dedicata tutta al miglior jazz moderno e attuale che sia posibile ascoltare oggi nel mondo. Wayne Shorter è musicista di calibro assoluto che ha scritto pagine indimenticabili e che ha lasciato una traccia importantissima nella storia del jazz sin da quando era leader dei mitici Weather Report. Oggi, al culmine di una luminosa carriera artistica, guida il quartetto stellare con il quale si è esibito ieri sera, che vede al piano Danilo Perez, al c.basso John Patitucci e alla batteria Brian Blade. Un quartetto di mostri sacri del jazz, con i quali porta avanti un discorso innovativo e importante tutto basato sulla ricerca di un linguaggio espressivo quasi esclusivamente basato sull’
interplay tra i singoli membri. Un linguaggio in cui la liberà espressiva di ogni membro è totale e dove i vincoli e i limiti sono praticamente inesistenti. I rischi impliciti in questo cammino sono resi minimi proprio dal valore di artista di ogni singolo membro del quartetto e il risultato è invariabilmente un susseguirsi di idee, di situazioni in continuo divenire, di momenti in evoluzione sempre cangianti in cui il peso di ogni contributo è continuamente bilanciato dal peso degli altri, in un gioco di equilibri mirabile e spesso imprevedibile. Momenti in continuo sbocciare e fiorire, generati da altri momenti e a loro volta introducenti altri momenti in un continuum di ribollente energia creativa. Grandisssimo concerto quello del quartetto di Shorter, e al quale il foltissimo pubblico presente ha decretato un lunghissimo e calorosissimo applauso finale.
Giovanni Serrazanetti