Chi ben comincia...
Le ultime gocce di pioggia si diradavano con ammirevole senso “del
tempo” proprio nel momento in cui si aprivano i cancelli dell’ Arena
Santa Giuliana per il primo degli importanti concerti di questa edizione
di Umbria Jazz, una edizione che si preannuncia di assoluto valore, con
un cartellone fittisimo di eventi e un altissimo numero di ospiti
internazionali. L’ onore di inziare ufficialmente il Festival è toccato
ad Edmar Castaneda, il giovane arpista jazz, colombiano ma vivente a New
York, messosi in luce proprio grazie ad Umbria Jazz che lo ha invitato
nell’ utima edizione di Winter a Orvieto, dove ha avuto uno ottimo
successo. A Castaneda, mostratosi ancora una volta buon musicista ed
intelligente innovatore del suo interessante strumento, è seguita Diana
Krall, vera star di quello che ormai si può definire Jazz Show Business.
Contornata da un trio di ottimi sideman tra i quali particolarmente
degno di attenzione il chitarrista Anthony Wilson, la Krall non deludeva
i numerosissimi fans accorsi ad ascoltarla. Indubbiamente musicista
preparata e capace, buona pianista e interprete vocale sicura e attenta,
la Krall è per molti l’ artista più sincera e vicina alla sensibilità
improvvisativa tra tutte le proposte jazz uscite alla ribalta in questi
ultimi anni grazie all’ impegno ed agli investimenti delle maggiori case
discografiche, proposte forse più attente alla gradevolezza che al
“graffio” che il jazz può esprimere. Ottimo il suo successo
particolarmente tra il pubblico dei giovani che ha registrato con
applausi aperti non solo la fine di ogni brano, ma spesso anche l’
accenno iniziale delle melodie proposte, evidentemente conosciute grazie
ai dischi di successo che la Krall può vantare.
A mezzanotte due le proposte interessanti del Festival, la prima al
Morlacchi vedeva sul palco l’ attore Arnoldo Foà che presentava uno
spettacolo molto bello dedicato ad una rivisitazione suggestiva dei
brani della tradizione del tango argentino alternati a letture di
Borges. Bravi i musicisti coinvolti, in parte classici e in parte jazz,
tra cui spiccava il fagottista Rino Invernizzi, responsabile degli
arrangiamenti e ottimo improvvisatore su questo strumento ben poco
conosciuto in ambito jazz.
Contemporaneamente al Pavone iniziava la sua esibizione Roy Hargrove. Il
trombettista, ospite dal Festival già molte altre volte, si è presentato
in questa occasione in una veste acustica, in compagnia di un quartetto
di straordinari giovani leoni del jazz, tra i quali degni di molta
attenzione particolarmente il pinista Gerald Clayton e il batterista
Montez Coleman. Come sempre bellisimo e molto jazz il suo concerto tutto
centrato su una proposta di temi originali intervallati da qualche
standard, espressi in un linguaggio swingatissimo, pieno di energia e
sempre poetico. Belli anche gli arrangiamenti dei brani, fluenti e mai
stancanti con ampi spazi improvvisativi e senza cadute di tensione.
Indubbiamente Hargrove è un vero jazzman di razza, degno erede di quella
tradizione illustre di cui sa reinterpretare gli stilemi, rinnovandoli
senza mai tradirli e senza mai rinunciare neppure per un attimo all’
enorme potenzialità emozionale che il vero jazz ha saputo e sa dare. Per
i molti presenti il Festival è iniziato proprio con lui.
Giovanni Serrazanetti